Bugonia (2025)

Bugonia di Yorgos Lanthimos è uno di quei film che, già dalla premessa, sembrano fatti apposta per dividere: due uomini ossessionati dal complotto rapiscono la potente CEO di un’azienda farmaceutica, convinti che sia un’aliena venuta a distruggere la Terra. Il film è interpretato da Emma Stone e Jesse Plemons, scritto da Will Tracy, ed è una rilettura di Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan. Ha debuttato a Venezia nell’agosto 2025 ed è stato distribuito poi da Focus/Universal.
La cosa più interessante di Bugonia è che non usa il delirio complottista come semplice materiale satirico o folkloristico, ma come dispositivo per mettere in crisi l’idea stessa di realtà condivisa. Lanthimos non costruisce un film “sul complottismo” in senso sociologico, né un thriller classico basato sul dubbio “ha ragione il rapitore o la vittima?”. Costruisce piuttosto una macchina di destabilizzazione percettiva, in cui paranoia, potere economico, linguaggio aziendale, violenza, eco-ansia e bisogno di fede si contaminano a vicenda. In questo senso il film sembra stare in continuità con il suo cinema precedente, ma in una forma diversa: meno allegorica di Poor Things, meno geometrica di The Lobster, meno rituale di Dogtooth, eppure ancora dominata da personaggi che parlano e agiscono come se vivessero dentro sistemi mentali chiusi.
Il nucleo del film, però, non è soltanto la follia del rapitore. È il rapporto tra follia e plausibilità. Lanthimos è sempre stato bravissimo a collocare lo spettatore in una posizione scomoda: non ti chiede mai di credere del tutto al mondo che mette in scena, ma ti costringe a starci dentro abbastanza a lungo da sentirne il fascino tossico. In Bugonia questa dinamica è particolarmente efficace, perché il delirio alieno e apocalittico non viene trattato come una semplice fantasia individuale. Si sovrappone a una struttura di dominio già esistente: il potere impersonale delle corporation, la freddezza del discorso scientifico-manageriale, l’opacità morale delle élite. Così il film non dice davvero “i complottisti hanno visto la verità”, ma suggerisce che in un mondo dominato da apparati astratti, disumani e quasi incomprensibili, la paranoia diventa una forma patologica ma riconoscibile di lettura del reale.
Questo è anche il motivo per cui Emma Stone è così centrale. Il suo personaggio, Michelle Fuller, non è soltanto una vittima sequestrata. È una figura che concentra su di sé l’ambiguità del potere contemporaneo: controllo, imperscrutabilità, efficienza, carisma e al tempo stesso una specie di freddezza ontologica. Le fonti promozionali e critiche convergono proprio su questo: Stone interpreta la CEO di una grande azienda farmaceutica e il film gioca costantemente sul conflitto fra la sua autorità “reale” e la proiezione delirante che gli altri fanno su di lei.
Stone, in un cinema come quello di Lanthimos, è perfetta perché possiede due qualità apparentemente opposte: sa essere concretissima e insieme astratta. Il suo volto può comunicare sofferenza fisica, intelligenza tattica, ironia, ma anche una radicale indecifrabilità. In Bugonia questo la rende quasi un corpo-schermo: tutti gli altri personaggi proiettano su di lei significati cosmici, politici, apocalittici. E il film vive proprio di questa tensione. È umana? È soltanto una donna potente? È una creatura simbolica? Lanthimos non ha mai avuto interesse per il realismo psicologico tradizionale; preferisce fare dei personaggi dei vettori concettuali, e qui Stone regge molto bene questo tipo di operazione.
Jesse Plemons, dall’altra parte, sembra essere il vero motore ritmico del film. Diverse recensioni hanno sottolineato la forza della sua interpretazione e il carattere quasi “gonzo” o esplosivo del film, che tiene insieme umorismo nero, minaccia e una forma di progressiva dérive mentale. La sua recitazione, per come il film è stato descritto dalla critica, non punta tanto a fare del personaggio un folle pittoresco, quanto un uomo assolutamente convinto della propria missione. Ed è qui che il film trova il suo tono più disturbante: non nell’eccesso urlato, ma nella calma fanatica. Lanthimos capisce che il vero orrore non sta nell’isteria, ma nella disciplina del delirio.
Sul piano stilistico, Bugonia sembra collocarsi in una zona intermedia del percorso recente del regista. Alcuni critici lo hanno definito più diretto e meno “sensazionale” di altri suoi titoli, ma ancora pienamente riconoscibile nel modo in cui orchestra assurdo, comicità nera e disagio. Questa è probabilmente la sua qualità principale e anche il suo limite maggiore. Qualità, perché Lanthimos non addomestica il materiale per renderlo più accessibile: conserva un tono spigoloso, freddo, sgradevolmente controllato, che impedisce allo spettatore di rifugiarsi nel puro intrattenimento. Limite, perché chi cerca un’evoluzione forte rispetto ai suoi lavori precedenti potrebbe percepire Bugonia come una variazione più che una rifondazione: un film molto riuscito nel proprio registro, ma non necessariamente un punto di rottura nella sua filmografia.
La scrittura di Will Tracy è un altro elemento decisivo. Il suo nome lascia intuire una sensibilità molto adatta a un materiale che incrocia satira del potere, assurdo e linguaggio istituzionale. Ma il film, da quello che emerge anche dalla ricezione critica, non si riduce mai a una semplice satira anti-corporate. Sarebbe stato facile fare della CEO il bersaglio di una caricatura del capitalismo tecnocratico e dei rapitori il contraltare grottesco di un populismo paranoico. Invece Lanthimos spinge tutto su un piano più ambiguo e più cattivo: non c’è un polo moralmente rassicurante. Tutti sembrano intrappolati dentro una forma di credenza. I rapitori credono alla cospirazione cosmica; il mondo del potere crede alla neutralità della propria razionalità; lo spettatore crede di poter distinguere nettamente follia e verità. Il film incrina tutte e tre le posizioni.
Dove Bugonia sembra colpire più a fondo è nel rapporto fra ecologia e paranoia. Alcune letture critiche hanno parlato esplicitamente di eco-thriller, di “plea for eco-empathy” o di commedia cospirativa macabra con forte dimensione ecologica. Questo aspetto è importante perché sposta il film oltre il semplice gioco sull’alienazione. L’idea dell’alieno che distrugge la Terra è, ovviamente, delirante; ma sotto quella fantasia c’è una domanda seria: chi sta distruggendo il pianeta davvero? E con quali linguaggi giustifica tale distruzione? In questa prospettiva, la paranoia del protagonista diventa una deformazione patologica di una percezione non interamente falsa. C’è qualcosa di mostruoso nel mondo contemporaneo; il problema è che il personaggio lo nomina nel modo sbagliato, con la cosmologia sbagliata, con la violenza sbagliata.
Il film funziona anche come riflessione sulla persuasione. Lanthimos è da sempre interessato ai sistemi chiusi: famiglie, coppie, istituzioni, comunità, microcosmi normativi. Qui il sistema chiuso è mentale prima ancora che sociale. I personaggi parlano per formule, fissazioni, interpretazioni che si autoalimentano. Questo rende Bugonia profondamente contemporaneo: più che un film sulle fake news, è un film sulla fame di totalità. Sul desiderio di possedere una teoria capace di spiegare tutto. La religione del complotto, in questo senso, non è trattata come semplice stupidità, ma come una risposta delirante alla frustrazione cognitiva prodotta da un mondo opaco, gerarchico, ipertecnico e impersonale.
Quanto alla regia, ci si può aspettare il consueto controllo lanthimosiano dello spazio, del vuoto, dei corpi e del ritmo. Le informazioni di produzione insistono molto anche sugli ambienti e sul contrasto tra gli spazi dei rapitori e quelli della CEO, segno che il film lavora molto sulla materialità dei mondi sociali. In Lanthimos lo spazio non è mai neutro: è sempre una pedagogia, una trappola o una proiezione mentale. Perciò in Bugonia gli ambienti non servono solo a ospitare l’azione, ma a definire il conflitto tra universi simbolici incompatibili. Da una parte il disordine convinto, quasi cultico, del delirio; dall’altra la sterilità patinata e potenzialmente disumana del potere organizzato.
Se c’è una possibile obiezione critica da muovere al film, è che la sua ambiguità è al tempo stesso la sua arma e il suo schermo. Lanthimos ama posizionarsi in una zona in cui il film può sempre negare di voler “dire” una cosa precisa. Questo lo salva dal didascalismo, ma a volte lo espone al rischio dell’autocompiacimento. Quando il regista lavora così bene sull’inquietudine formale e sull’ironia glaciale, il pericolo è che il film resti sospeso in una superiorità estetica, senza affondare davvero il coltello nel proprio bersaglio. Alcune recensioni l’hanno esaltato come uno dei suoi migliori film, altre lo hanno descritto come più alienante, spinoso e poco conciliante per chi non ama già il suo cinema. Questo scarto di giudizio è perfettamente coerente con l’opera: Bugonia sembra essere il tipo di film che non cerca consenso, ma adesione o rigetto.
Ed è proprio qui che si misura il suo valore. Un film come Bugonia non va giudicato solo in base alla fluidità narrativa o alla coerenza psicologica, ma in base alla forza del suo dispositivo. Ti lascia con immagini, tensioni e sospetti che continuano a lavorarti addosso. Non ti offre una tesi tranquillizzante sul potere, né una rassicurazione morale sulla follia. Ti mette davanti a un mondo in cui il linguaggio del complotto e il linguaggio del capitale finiscono per assomigliarsi più di quanto vorremmo ammettere: entrambi promettono spiegazioni totali, entrambi trasformano gli esseri umani in funzioni, entrambi tendono a disinnescare l’empatia.
La mia valutazione critica, tirando le somme, è questa: Bugonia non sembra il film più “armonico” o universalmente seduttivo di Lanthimos, ma è uno dei più stimolanti sul piano teorico e uno dei più irritanti in senso produttivo, cioè uno di quelli che costringono davvero a prendere posizione. Ha un impianto satirico feroce, un centro performativo molto forte in Emma Stone e Jesse Plemons, e una capacità rara di trasformare l’assurdo in sintomo del presente. Se lo si guarda aspettandosi un thriller lineare o una commedia nera tradizionale, può risultare respingente. Se invece lo si accetta come parabola tossica sulla paranoia contemporanea, sul potere astratto e sulla nostra disperata necessità di dare una forma narrativa alla catastrofe, allora è un film notevole, velenoso e molto difficile da scrollarsi di dosso.
In sintesi: non il Lanthimos più accessibile, forse neppure il più perfetto, ma certamente uno dei più vivi, crudeli e concettualmente affilati.
Voto critico: 8,5/10
— Gabriele